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MERIDIANA -PIAZZA DELLA BORSA – TRIESTE

 Nel 1820, sul pavimento davanti il pianterreno del Palazzo della Borsa venne realizzata una meridiana lunga 12 metri che serviva a sincronizzare gli orologi marini delle grandi navi oceaniche che arrivavano a Trieste.

Attraverso un foro praticato in una feritoia sulla facciata principale del Palazzo della Borsa i raggi solari penetrano fino a raggiungere la Meridiana e così si forma al mezzodì l’immagine ellittica del Sole.  Il punto preciso dove l’Asse del Mondo incontra il piano della Meridiana viene rievocato da un cerchio in pietra bianca di Aurisina che riporta il nome del costruttore della Meridiana, l’orologiaio friulano Antonio Sebastianutti e la data dell’equinozio d’autunno del 1820, il 23 settembre.

PIAZZA DELLA BORSA -TRIESTE

il secondo salotto buono cittadino

Il centro economico della città per tutto il XIX secolo. La sua attuale forma architettonica risale alla metà del 1749, quando l’imperatrice Maria Teresa d’Austria, diede impulso allo sviluppo urbanistico del territorio interrando le saline ad ovest delle antiche mura tergestine e favorendo la costruzione di piazze ed edifici. La forma irregolare della piazza testimonia che questo spazio rappresenta più di altri il punto di contatto tra la città medievale e il Borgo Teresiano (Canal Grande).

Il Palazzo della Borsa. Progettato dall’architetto Antonio Mollari venne inaugurato nel 1806 per ospitare le attività dei commercianti di Borsa. Nel 1844 la Borsa fu trasferita nel palazzo del Tergesteo e, successivamente nel palazzo attiguo (ex palazzo Dreher) chiamato Borsa nuova.

 Attualmente è la sede della Camera di commercio, industria, artigianato e agricoltura di Trieste. La facciata principale si presenta come un tempio greco in stile dorico con quattro grandi colonne, un timpano alla sommità e, al pianterreno, uno spazioso portico su cui si affacciano quattro edicole dove sono alloggiate le statue: “Europa” e “Africa” scolpite da Bartolomeo Ferrari, “Asia” da Domenico Banti e “America” da Antonio Bosa, lo scultore allievo del Canova. Nelle nicchie del primo piano due statue rappresentanti Vulcano e Mercurio, rispettivamente opera del Banti e del Ferrari, decorano la facciata.

In alto, sulla balaustra, le quattro statue opera del Bosa raffigurano da sinistra a destra il “Danubio” (via d’acqua già all’epoca considerata fondamentale per lo sviluppo dei traffici), il “Genio di Trieste” (poggiato sopra uno scudo con scolpito lo stemma della città), “Minerva” (elmo in capo, testa di Medusa sul petto, gufo al piede, regge con una mano uno scudo recante un medaglione di Francesco II e con l’altra addita al Genio di Trieste l’immagine del sovrano) e “Nettuno”, simbolo de traffici marittimi. Danubio e Nettuno, rispettivamente ai due lati estremi della balaustra, si tendono la mano l’un l’altro con lo sguardo rivolto alle due statue centrali. Sul timpano due figure alate raffiguranti la Fama e la Fortuna affiancano l’orologio centrale. Prestigiose sale interne, arredate in stile neoclassico, ospitano cerimonie ufficiali e convegni economici. Al centro del soffitto a cupola della Sala Maggiore un grande affresco, opera di Giuseppe Bernardino Bison, evoca la proclamazione del Porto Franco di Trieste da parte dell’imperatore Carlo VI nel 1719.

Trieste Arco di Riccardo

ARCO DI RICCARDO -TRIESTE

La costruzione dell’Arco di Riccardo risale forse verso la metà del I sec.a.C. e si presenta con un’altezza di 7,20 metri, larghezza di 5,30 metri, profondità di 2 metri e un motivo vegetale nel sottarco.

L’Arco si trova su un’antica strada romana e s’ipotizza che fosse una porta della cinta muraria di Tergeste, la Trieste romana fondata da Ottaviano Augusto, oppure l’ingresso di un’area sacra dedicata alla Magna Mater. Anche durante il medioevo l’Arco di Riccardo conserva la funzione di porta all’interno di un sistema murario di difesa più ampio.

Sull’origine del nome ci sono diverse leggende. Secondo alcune la scelta fu fatta in onore del re Riccardo Cuor di Leone tenuto prigioniero a Trieste di ritorno dalla Terra Santa. Secondo altre  deriva dalla deformazione del nome Re Carlo Magno all’epoca della dominazione franca  a Trieste tra il 787 e il 788 oppure dalla deformazione dialettale della parola latina “cardo maximus”, il nome di una delle due vie principali delle città romane (l’altra è il “decumano maximus “).

Trieste Anfiteatro romano

ANFITEATRO ROMANO -TRIESTE

Ai piedi del colle di San Giusto, in riva al mare, i Romani tra il  I-II secolo d.C. costruirono un grande Teatro capace di contenere tra i 3500 e 6000 spettatori che, sulle gratinate costruite sfruttando la naturale pendenza del colle, assistevano a spettacoli d’intrattenimento all’aperto:  tragedie, commedie e da alcuni ritrovamenti di elmi, sembra anche a combattimenti tra gladiatori.

Il Teatro risale al I-II secolo d.C.L’atto di fondazione del teatro risulta documentato da due lapidi, dove si faceva parola del dono e della dedizione da parte del cavaliere tergestino Quinto Petronio Modesto, procuratore dell’imperatore Traiano e personaggio legato al teatro del tempo.

Con il passare dei secoli il Teatro fu devastato, assieme alla basilica capitolina e ad altri edifici pubblici, dalle orde longobarde e venne spogliato un po’ alla volta delle sue architetture e sepolto da edificazioni abitative.

Nel 1814 l’architetto Pietro Nobile, guidato anche dal nome del luogo “Rena vecia” (Arena vecchia),  aveva steso una relazione sul teatro nascosto che si è poi dimostrata esatta durante gli scavi del 1937-38, anni della demolizione  di una parte della città vecchia, in cui l’anfiteatro fu portato alla luce.

Durante lo scavo della fossa del proscenio vennero alla luce alcune statue: una di figura femminile alta cm 111,  mancante della testa e di altre parti del corpo, identificata come una statua di Igea per la presenza d’una serpe scendente dalla spalla sinistra ;

 una statua barbuta di Asclepio (cm 118), avvolta nel manto e scoperta della parte superiore del busto; la statua della dea Atena, alta cm 125, acefala come quella di Apollo, alto cm 102 e di Sileno (lungo cm 98), coricato su una pelle di pantera e adagiato su una base di roccia stilizzata e frammentari pezzi della statua d’Afrodite tra cui la testa e il mantello. Vennero alla luce tanti altri reperti di interesse archeologico che oggi sono visibili al Civico Museo di Storia e dell’Arte e al Lapidario tergestino.

LE RAGAZZE DI TRIESTE E I BERSAGLIERI

Nel 2004 in occasione del 50° anniversario del ritorno della città di Trieste all’Italia, è stato  inaugurato, in prossimità del Molo Audace, e difronte Piazza dell’Unità d’Italia, sulla Scala Reale della Riva Caduti per l’italianità di Trieste,

Il monumento dei Bersaglieri e delle Ragazze di Trieste.

L’opera dello scultore di Todi Fiorenzo Bacci ricorda lo sbarco dei bersaglieri avvenuto il 3 novembre 1918 e la passione italiana con cui le ragazze (mule) triestine avevano nel cucire

 la bandiera tricolore da esporre all’arrivo dell’Italia a Trieste.

MOLO AUDACE – TRIESTE

« Per me al mondo non v’ha un più caro e fido
luogo di questo. Dove mai più solo
mi sento e in buona compagnia che al molo
San Carlo, e più mi piace l’onda e il lido? » 

Umberto Saba

Trieste

Con 246 metri di lunghezza il molo Audace è uno dei più suggestivi d’Italia. Nel 1740 la fregata “San Carlo” della marina austriaca con 70 cannoni affondò sulla Riva davanti a “Piazza Grande” (l’attuale Piazza Unità d’Italia) e il recupero fu impossibile.
Le autorità decisero di utilizzare il relitto come base per la costruzione del molo che prese il nome in omaggio della nave “San Carlo”. All’inizio misurava 95 metri di lunghezza e un ponte di legno l’univa alla terraferma. Nel 1861 il molo fu allungato fino a raggiungere la misura attuale e tolto il ponte di legno. Nella seconda metà del 1700 fu allungato e unito alla terraferma.Il molo San Carlo divenne sede di attracco delle navi di passeggeri e di mercantili, svolgendo una funzione fondamentale per la logistica dei trasporti e del commercio per l’intera città.

Al termine della Grande Guerra, il 3 novembre 1918, attraccò al Molo San Carlo la prima nave italiana il cacciatorpediniere Audace che diede il nome al molo.

Al termine della Grande Guerra, il 3 novembre 1918, attraccò al Molo San Carlo la prima nave italiana il cacciatorpediniere Audace che diede il nome al molo. Una delle sue ancore è esposta alla base del Faro della Vittoria.

Nel 1925, per commemorare l’approdo, in cima al molo fu posta  sulla colonna di pietra bianca la Rosa dei Venti in bronzo.

L’epigrafe al centro della Rosa recita: “Qui approdò la R. nave Audace prima col vessillo d’Italia – III NOVEMBRE MCMXVIII”.

Oggi il Molo Audace non ha più funzioni di traffici marittimi e mercantili ed è uno dei luoghi più amati dai triestini e turisti che affascinati dal paesaggio e dagli spettacolari tramonti sul mare passeggiano lungo il molo “sospesi sull’acqua”.

FONTANA DEL “GIOVANNIN DEL PONTEROSSO” – TRIESTE

La Fontana venne realizzata da Giovanni Mazzoleni a metà del Settecento, creatore della fontana dei Quattro Continenti di Piazza Unità d’Italia. L’acqua della grande vasca, utilizzata dai cittadini, proveniva dall’acquedotto San Giovanni.Nella seconda metà del Settecento, lo scultore Giovanni Carlo Wagner scolpì una statua di un puttino e la pose in cima alla fontana.

Le venditrici ambulanti di frutta e verdura del mercato in piazza Ponterosso chiamavano confidenzialmente il puttino Giovanin e il giorno di san Giovanni la fontana veniva decorata di fiori dalle fioraie del mercato

Prima di arrivare alla vasca centrale il percorso dell’acqua si articola attraverso varie sculture. Partendo da una conchiglia, l’acqua sgorga da tre grandi maschere per poi scendere su conchiglie più piccole sostenute da figure di telamoni poggianti su piccole colonne. Fuoriuscendo dalla bocca dei telamoni, l’acqua arriva infine nella grande vasca.

Anticamente la piazza era luogo di mercato e la fontana veniva decorata dalle venditrici ambulanti di fiori  il giorno di san Giovanni. Si racconta che il putto fu vestito di drappi neri quando venne ucciso il  re Umberto.

CHIESA DI SANT’ANTONIO TAUMATURGO – TRIESTE

La Chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo popolarmente denominata “Sant’Antonio Nuovo” fu costruita sul luogo dove già nel 1767 era stata eretta una cappella privata dedicata all’Annunciazione che, successivamente, fu demolita perchè risultò piccola rispetto al pubblico. Al suo posto, nel 1771, fu innalzata un’altra chiesa in stile barocco ma anche quest’ultima risultò inadeguata alle esigenze religiose della popolazione che, nel frattempo, era cresciuta assieme al grande sviluppo del Borgo Teresiano.

chiesa di sant'antonio trieste

La Chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo fu costruita tra il 1825 e il 1849 su progettata dell’architetto Pietro Nobile. Un insigne monumento di architettura neoclassica. All’ingresso della chiesa, sotto il pronao è presente una targa: “A causa del colera che il 15 ottobre imperversava a Trieste questa chiesa fu consacrata il 15 novembre 1849”.

Un tempo la Chiesa si specchiava nelle acque del Canale. La facciata principale è caratterizzata da un maestoso pronao con sei colonne ioniche e un ampio frontone mentre, in alto, sono presenti le sei statue scolpite, nel 1842 da Francesco Bosa, raffiguranti i santi protettori di Trieste, San Giusto, San Sergio, San Servolo, San Mauro, Sant’Eufemia e Santa Tecla.  L’interno colpisce per la grande imponenza delle dodici colonne ioniche ed è suddiviso in tre navate con tre rispettivi altari e tre volte laterali a crociera che culminano nella grande cupola centrale.

Nell’abside l’affresco raffigurante l’ “Ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme” è stato eseguito nel 1836 da Sebastiano Santi. Di fianco a uno degli altari di sinistra si apre la porta che conduce al presbiterio e ad una piccola cappella, detta della Visitazione, dove è conservato il dipinto omonimo, l’opera è stata attribuita ad Alessandro Longhi, il più famoso ritrattista veneziano dell’epoca.

Sei pale, incorniciate dagli altari raffigurano Sant’Anna che educa la Vergine (Michelangelo Grigoretti), la presentazione al tempio (Felice Schiavoni), San Giuseppe (Johann Schonmann), Sant’Antonio (Odorico Politi), la passione di Eufemia, Tecla, Erasma e Dorotea (Ludovico Lipparini), il Crocifisso (Ernest Tunner).

JAMES JOYCE – TRIESTE

La statua di James Joyce è stata realizzata dallo scultore triestino Nino Spagnoli e collocata a Ponterosso sul Canal Grande nel 2004 per ricordare il centenario dell’arrivo dello scrittore irlandese a Trieste.james joyce

Sotto la statua una targa

ricorda il profondo legame dello scrittore per la città di Trieste. Il 16 giugno di ogni anno a Trieste dal 2010 è il Bloomsday la data-simbolo in cui in tutto il mondo gli studiosi e gli appassionati lettori di James Joyce celebrano lo scrittore irlandese.Il 16 giugno è il giorno in cui è ambientata l’azione dell’eroe del romanzo Ulisse, Leopold Bloom, attraverso le strade della sua Dublino.

James Joyce arrivò a Trieste il 20 ottobre del 1904 con la sua compagna Nora Barnacle per lavorare come insegnante presso la Berlitz School. Purtroppo il posto non era più disponibile  e fu inviato a Pola dove c’era una nuova sede della scuola. Ritornò a Trieste nel 1905 alla nascita del suo primogenito Giorgio e nel frattempo fu raggiunto da suo fratello Stanislaus che cominciò a lavorare alla Berlitz School. Nel 1907, dopo una parentesi romana dove lavorò come impiegato presso la Nast, Kolb & Schumacher Bank, rientrò a Trieste. Qui tenne conferenze per conto dell’Università Popolare e pubblicò Chamber Music. Cominciò a insegnare ad allievi privati appartenenti all’alta borghesia triestina fra cui c’era Italo Svevo. Tra i due cominciò un profondo rapporto di amicizia e di stima reciproca.

Italo Svevo aveva già pubblicato i suoi due primi libri  “Una Vita” e “Senilità”, ma nessuno se n’era occupato. Joyce li lesse ed esortò Svevo a continuare a scrivere. Nel frattempo la vita di Joyce si divideva tra lezioni private, la cattedra alla Scuola Superiore di Commercio Revoltella., le conferenze all’Università Popolare e arrivarono anche le sue prime pubblicazioni Portrait of the Artist as a Young Man e Dubliners. Cominciò a progettare le prime parti dell’Ulysses.

Allo scoppio della prima Guerra Mondiale dovette lasciare Trieste alla volta di Zurigo per farvi ritorno nell’ottobre del 1919, rimanendovi fino al giugno del 1920. Durante questo periodo Joyce  scrisse Nausicaa e Oxen of the Sun, due episodi dell’Ulysses, e iniziò l’episodio intitolato Circe. Si trasferì a Parigi e non ritornò più a Trieste. Ulysses fu pubblicato nel 1922.

CANAL GRANDE – TRIESTE

Il Canal Grande era un corso di acqua marina poco profondo utile per le saline adiacenti che erano tagliate da tre canali, il “Canal piccolo” anche chiamato “Canal del vino”, che arrivava fino in piazza Vecchia, il “Canal maestro”, che divenne l’attuale Canal Grande lungo sino a lambire la chiesa di Sant’Antonio e un terzo, che arrivava fino a via Ghega. A quel tempo le saline erano una delle principali fonti di reddito della città.

Nel 1754-1756, per sviluppare l’area urbanistica della città all’esterno delle mura, fu progettato il Borgo Teresiano, con un impianto a scacchiera, formato da isolati regolari alternati a canali funzionali al carico e scarico merci. Quindi  furono autorizzati i lavori del veneziano Matteo Pirona il cui progetto era di realizzare un canale grande attraverso l’interramento delle saline e lo scavo ulteriore del collettore principale.Ma  il capitano napoletano Caracciolo portò a termine il grande progetto: allargò il corso d’acqua e rivestì in pietra naturale le nuove fiancate, scavò più in profondità e la terra asportata servì per livellare lo spazio davanti all’attuale Chiesa di S.Antonio Nuovo dando origine alla Piazza del Ponte Rosso. Fu istituito sul Canale un corpo di guardia  per difendere i magazzini da eventuali attacchi della Repubblica veneziana , che mal vedeva  il sorgere di una possibile concorrenza commerciale sullo stesso mare di esclusivo suo dominio.Successivamente vennero demoliti gli edifici fatiscenti che si affacciavano sul canale e sostituiti da case di due piani con possibilità nel tempo di sopraelevare altri piani.Il  piano terra era dedicato ai grandi magazzini ed empori di ogni genere di merci e i piani superiori alle residenze private.

Il Canal Grande, lungo 370 metri e largo 28, venne completato nel 1756 e il costo si aggirò attorno ai 90.000 fiorini. Nel 1756 a metà del Canale per congiungere le due opposte rive fu costruito, prima in legno, “Ponte Rosso”, tinteggiato di rosso, da cui prende il nome il ponte e la piazza adiacente, e, successivamente, nel 1832, sostituito con uno in ferro con l’apertura in centro in modo da renderlo movibile e apribile.  Nel 1827  per congiungere la Riva Carciotti (oggi III Novembre) con l’altra sponda del Canale fu costruito il Ponte Verde, chiamato così per il colore che assunse e ogni giorno veniva aperto per far accedere i bastimenti nel cuore della città. Nel 1904, per facilitare la maggior libertà di movimento della linea ferroviaria congiungente la Stazione Centrale con quella di S.Andrea, detta poi di Campo Marzio, fu costruito un terzo ponte, che i cittadini  battezzarono col nome di “Ponte Bianco” e mentre su questo si riversava il tracciato ferroviario, sul vicino Ponte Verde passavano le rotaie del tram elettrico. Dopo la seconda guerra mondiale i due ponti scomparvero per lasciar posto ad un unico grande passaggio in pietra che univa la Riva con il Corso Cavour. Nel 1934 per congiungere via San Spiridione con Via Filzi anzicchè costruire un nuovo ponte s’interrò tutta la parte ultima del Canale  con le macerie derivanti dalla demolizione della città vecchia, ricavando così l’attuale piazza Sant’Antonio.

Si racconta che nel 1917 due piccole navi torpediniere,appartenenti alla Marina da guerra austriaca,vennero ormeggiate nel Canale di Ponterosso.Quando finì la grande guerra delle due navi ne rimase solo una,con vari problemi allo scafo ed al motore che era in avaria.Per molti anni fu oggetto di gioco per  tanti i ragazzini dell’epoca che ci salivano sopra e l’avevano soprannominata “el sotomarìn”. Tra gli anni 1930-1932 la prima parte del Canale venne interrata e la torpediniera venne interrata con materiale edile derivante da alcune demolizioni di vecchie case di città vecchia….

Oggi il Canal Grande è uno dei luoghi più amati dai triestini e dai turisti. Ristoranti e caffetterie si susseguono lungo le rive del canale offrendo le specialità eno-gastronomiche della città